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Perche’ pensiamo che per praticare Yoga occorre avere un corpo flessibile ?

Agosto 19th, 2016 | Posted by admin in Asana - (Commenti disabilitati su Perche’ pensiamo che per praticare Yoga occorre avere un corpo flessibile ?)

Flessibilità

“Molti vedono le fotografie degli asana e pensano che un corpo  flessibile da solo sia in grado di eseguire tali asana. Ma occorre sapere che spesso anche il corpo sottile non riesce a dare riscontro al cervello o alla mente, perché manca di sensibilità. Sebbene la flessibilità del corpo eviti l’esperienza del dolore, esso grava sui nervi, provocando affaticamento, inquietudine e dolore o pesantezza alla testa.

I soggetti flessibili nella pratica esauriscono le energie anziché riceverle; le cellule vengono “spremute” e questo può indurre una infinità di malattie. Il corpo flessibile non stimola l’intelligenza a riflettere su cosa ci sia di sbagliato o di giusto  nella esecuzione di un asana. Al contrario il corpo rigido ha resistenza, azione e opposizione che spingono l’intelligenza a studiare gli asana nella giusta prospettiva.

Nel corpo flessibile non esiste azione, opposizione o resistenza che forniscano stimoliper il pensiero intellettuale e la stabilità emotiva: i praticanti entrano facilmente negli asana senza provare dentro di sé alcuna resistenza né risposta. Quando durante la gravidanza non si sente alcuna risposta, affiora la paura che il bambino non si muova perché privo di vita. Analogamente, l’asana eseguito senza resistenza è un asana privo di vita: come un bimbo nato morto.

Supponete inoltre di ricordare una poesia parola per parola senza conoscerne il significato. Ha senso secondo voi? Solo nel momento in cui conoscete la profondità del significato della poesia iniziate ad apprezzarla. Tale apprezzamento è interazione. Iniziate a riflettere sui versi e la riflessione si riverbera su di voi inducendo pensieri nuovi.

Similmente, mentre si entra in un asana o lo si mantiene, ci deve essere interazione fra corpo e mente come pure fra mente e intelligenza. Può essere che il corpo agisca ma la mente deve reagire. L’intelligenza deve riflettere sulla interazione tra corpo e mente: altrimenti il corpo fa da sé senza mandare alcun messaggio alla mente o all’intelligenza. In questo modo le porte non sia aprono all’intelligenza che non riesce a penetrare all’interno o all’esterno dell’asana, mancando di svilupparla appieno”.

“SE IL CORPO E’ FLESSIBILE, LA MENTE DEVE RESISTERE  E DIVENTARE DURA, AFFINCHE’ IL CORPO POSSA ESEGUIRE GLI ASANA”  B.K.S.Iyengar

 

Fonte: tratto da “Seed of pratical Yoga sown in America”, intervista di Laurie Blakeney, Rose Richardson, Sue Salaniuk e Tony Fhurman, Luglio 1992. Pubblicata da “Yoga 93, American Yoga Convention”, Ann Arbor, Michigan, 1993.

Bliss Divine (Divina Beatitudine) di Swami Sivananda

Maggio 27th, 2015 | Posted by admin in Letture - (Commenti disabilitati su Bliss Divine (Divina Beatitudine) di Swami Sivananda)

 

Finalmente è disponibile la traduzione in Italiano di Bliss Divine uno dei libri fondamentali scritti da Swami Sivananda.

Il libro è liberamente scaricabile sia in formato PDF che in formato EPUB.

 

Il libro Bliss Divine (Traduzione in italiano) è in fase di stampa e quindi non è più disponibile il download in formato elettronico.

Se desiderate prenotare una copia cartacea inviare una mai a info@tulsiyoga.it

 

 

Cosa sono i Mantra dello Yoga

Novembre 6th, 2014 | Posted by admin in Mantra - (0 Comments)

Mantra

Nella tradizione Yoga la parola Mantra  è una parola sanscrita composta dalle due sillabe Man e Tra.

Man significa “mente, pensiero” mantre Tra significa “che pulisce, che protegge”. Quindi il significato di Mantra è “Pratica che pulisce la mente”.

Il mantra è quindi una serie di parole che ripetute con la giusta pronuncia e la corretta attitudine mentale è in grado di “pulire” la nostra mente. Ongi parte del nostro corpo ha un metodo per la sua pulizia, così per la pulizia della nostra mente abbiamo la meditazione assieme alla ripetizione del mantra.

Vogliamo qui fare una distinzione tra Mantra e Preghiera (della tradizione Cattolica). La preghiera è una formula in cui si chiede perdono o si chiede qualche cosa. Il mantra indiano non è una preghiera ma un mezzo per collegarci alla nostra vera essenza interiore, alla nostra vera natura al nostro “Divino” che può essere il nostro Dio cristiano, l’Universo, l’energia Cosmica. E questo avviene agendo sul nostro inconscio.

Il Mantra può essere recitato a voce alta, bisbigliato oppure recitato mentalmente. Le vibrazioni sonore prodotte dalla sua recitazione agiscono direttamente sull’inconscio, producendo modifiche a livello subliminale. In genere il principiante inizierà con la recitazione a voce alta, per poi passare a quella bisbigliata e quindi a quella mentale. Gli effetti saranno gli stessi. Per esempio recitando mentalmente un mantra prima di addormentarsi esso avrà un effetto inconscio e vedrete che la mattina appena svegli la mente continuerà la recitazione del mantra in automatico.

Qui di seguito riportiamo alcuni mantra che utilizziamo nelle nostre pratiche, non è importante capire il significato quanto apprendere, con la ripetizione la giusta pronuncia e avere la corretta attitudine mentale.

Buona pratica…

Om Saha Navavatu

Om Saha Navavatu
Saha Nau Bhunaktu
Saha Viriam Karavavahai
Tejasvi Nava Dhitam Astu
Ma Vidvisavaha

Om. Possiamo essere protetti insieme (Maestro e discepolo). Possiamo essere nutriti insieme. Possiamo acquistare forza insieme. Lascia che la nostra conoscenza diventi Luce. Fa che nessuno ci odi

 

Gayatri Mantra

Om Bhur Bhuvah Swaha
Tat Savitur Varenyam
Bhargo Devasya Dhimahi
Dhiyo Yo Nah Pracho Da Yat

Om. Meditiamo insieme sulla luce gloriosa e fulgida del Sole cosmico. Possa Egli illuminare le nostre menti e proteggere le nostre azioni

 

 

Om Asato Mah

Om Asato Mah Sad Gamaya
Tamaso Ma Jyotir Gamaya
Mrityor Ma Amritam Gamaya
Om Shanti Shanti Shanti

 Om. Portami dall’ignoranza alla Verità. dalla oscurità alla luce, dalla morte all’Immortalità. Om Pace, pace pace

 

 

Om Tryambakam

Om Tryambakam
Yajamahe Sugandhim Pushti Vardhanam
Urva Rukamiva Bhandhanat

Mrityor Mukshiya Mamritat

 Om. Onoriamo il Triplice che tutto vede e conosce. Colui che dal profumo soave, nutre tutti. Come un frutto si stacca dalla pianta quando è maturo. Possa egli liberarci dalla morte per l’immortalità

 

Gurur Brahma

Gurur Brahma
Gurur Vishnu
Gurur Devo Maheshwara
Gurur Sakshat Parabrahma
Tasmai Shree Guruvey Namaha

Dhyaana Mulam Gurur Murti
Pujaa Moolam Gurur Padam
Mantra Moolam Gurur Vaakyam
Moksha Mulam Gurur Kripaa

Il Maestro è Brahma, il Maestro è Visnu,  il Maestro è il Signore Maheśvara, in verità  il Maestro è il supremo Brahman,  sia dunque dovuto rispettoso omaggio al Maestro.

Onoriamo il Triplice che tutto vede e conosce. Colui che dal profumo soave, nutre tutti. Come un frutto si stacca dalla pianta quando è maturo. Possa egli liberarci dalla morte per l’immortalità

Video Mantra

Ottobre 18th, 2014 | Posted by admin in Mantra - (0 Comments)

Vi segnaliamo alcuni video sui principali mantra della trazione Sivananda

 

Controllare la respirazione

Giugno 18th, 2014 | Posted by admin in Letture - (0 Comments)

(Tratto da “I miei esercizi di Yoga” di Denise e Andre’ van Lysebeth)

Lo Yoga è innanzitutto immobilità. Non bisogna desistere dal dirlo soprattutto in Occidente dove ha tendenza a divenire una semplice ginnastica al rallentatore. Tuttavia confondere « immobilità » con « passività » è un errore… che l’occidentale commette volentieri! Lo Yoga non può sviluppare tutte le sue potenzialità che in questa rigorosa immobilità in cui il corpo accetta l’àsana e lascia ostentare il suo dinamismo. Poiché dietro questo schermo dell’immobilità si nasconde un dinamismo tanto più intenso quanto meno si manifesta esteriormente. Questo dinamismo è il respiro.

Se è vero che per « respiro » bisogna intendere ciò che intendono gli yogi, cioè le energie vitali e non soltanto la concezione restrittiva di « respirazione », ciò non di meno il controllo delle energie vitali si realizza per primo attraverso il controllo della respirazione. Infatti le àsana non sono degli atteggiamenti corporei ai quali la respirazione bene o male si sovrappone; ma ben al contrario, si strutturano e si articolano attorno alla respirazione, che ne è per eccellenza il centro vitale.

Una seduta di Yoga è dunque un susseguirsi ininterrotto di respirazioni controllate con posizioni e non il contrario. Le àsana sono delle perle, ma per formare una collana, devono essere attraversate e riunite da un filo. Questo filo è la respirazione, che attraversa e lega le àsana per farne una serie.

Ci sono vari modi di controllare il respiro durante le àsana. Ogni metodo presenta i suoi vantaggi. L’essenziale è che questo controllo del respiro abbia luogo. Perché ciò avvenga bisogna innanzitutto prendere coscienza della respirazione e regolarne i movimenti prima di poter prendere coscienza delle energie liberate e della loro circolazione nel corpo. Abbiamo visto che nell’immobilità delle àsana il corpo si trasforma in « statua vivente ». L’allievo vigila costantemente per soffocare ogni velleità di movimento, rilassa quanto più possibile i muscoli, per lasciare che l’àsana si svolga autonomamente (un’àsana va lasciata « farsi »). Dopo aver soppresso tutti i movimenti e tutte le contrazioni inutili, rimane solamente il movimento fondamentale della respirazione. È constatazione importante che ogni àsana condizioni un modo ben particolare di respirare. È evidente che la respirazione che si sviluppa in Paschimottanàsana (la Pinza) sarà molto diversa da quella che si instaura in Bhujangàsana (il Cobra), e ciò a causa della posizione stessa.

L’allievo deve porsi in ascolto del proprio corpo! Una volta che le contrazioni inutili sono eliminate, egli avvertirà verso quale regione del corpo stesso si dirige la respirazione.

Riprendiamo l’esempio della Pinza. Quando l’àsana è acquisita, cioè stabilizzata nel rilassamento muscolare e nell’allungamento della colonna vertebrale, respirando un po’ più profondamente di quanto la respirazione spontanea non richieda, l’allievo si accorge che la respirazione addominale provocata dai movimenti del diaframma trova come un ostacolo, l’addome venendo premuto dalle cosce. Ed è qui che conviene continuare a respirare con il diaframma, che dovrà lottare contro la massa delle viscere compressa in un volume più ridotto. Approfondendo la respirazione diaframmatica contro la debole resistenza delle viscere, ne risulta dapprima un intenso massaggio degli organi addominali. Un po’ disturbata inizialmente, la respirazione addominale ben presto si fa più libera. Perché e come? Perché gli organi compressi si decongestionano, scaricano l’eccesso di sangue che ritengono abitualmente, sangue che si trova ben presto reimmesso nella circolazione generale. Masse di sangue stagnanti nell’addome sono cosi meccanicamente espulse dagli organi compressi come delle spugne; attraverso la vena cava inferiore queste masse rifluiscono verso il cuore il quale le guida ai polmoni per esservi depurate prima di tornare al cuore ed essere fatte rifluire nelle arterie e da qui verso tutte le parti del corpo. Gli organi cosi « trattati » riprendono il loro volume e la loro forma; ciò spiega la « liberazione » del respiro che avviene dopo alcuni istanti di leggera difficoltà.

Appena si libera il movimento del diaframma bisogna andare oltre il respiro, più. lontano, e tuttavia senza forzare. Qualunque sia l’àsana, il respiro si dirigerà da solo verso la zona di minore resistenza. Il respiro si dirigerà verso il punto del torace dove potrà svilupparsi più completamente; nel caso della Pinza, verso i fianchi e la schiena.

Continuando a respirare con il diaframma, l’allievo controllerà il respiro, cercando di indovinare o meglio di sentire dove l’àsana vuole dirigere la sua espansione. Bisogna far propria e accentuare questa tendenza, aiutare il respiro a rendere mobili le costole.

Dopo che le respirazioni, prima incentrate sul diaframma e poi sul movimento delle costole, avranno sollecitato zone ben precise del torace e caratteristiche per ogni àsanay bisognerà lasciare che il respiro raggiunga la parte alta dei polmoni. Nel caso della Pinza; si presenterà un’altra resistenza: quando la respirazione addominale è limitata dalla massa degli organi racchiusi dalle pareti addominali premute dalle cosce quando i fianchi e le costole hanno raggiunto la loro massima espansione, è possibile incamerare ancora un po’ d’aria inviandola verso gli apici dei polmoni. Bisogna sforzarsi. Così l’aria sarà diretta verso quelle zone polmonari dove non penetra abitualmente e sarà aumentata la mobilità generale dell’apparato respiratorio.

Abbiamo trattato dell’inspirazione.

Quanto all’espirazione, essa beneficerà della posizione stessa (che la facilita). Tanto più l’inspirazione è avvenuta contronatura, cioè facendo uno sforzo, con dolce ostinazione, per vincere le resistenze dovute alla postura, tanto maggiormente ne è facilitata l’espirazione.

Anche lì bisogna cercare di accentuare e accrescere l’inclinazione naturale. L’espirazione sarà resa più profonda abbassando la parte superiore del torace, contraendo i muscoli che comandano questa parte del corpo, aiutati dall’elasticità del torace stesso; il suo restringimento sarà aumentato dalla contrazione dei muscoli intercostali; la fascia addominale terminerà l’espirazione contraendosi con forza, ma senza violenza. È la muscolatura addominale, soprattutto del basso ventre, che avrà lo scopo di spingere il diaframma il più in alto possibile e di espellere gli ultimi residui di aria. Prolungato per uno, due, tre minuti o più questo lavoro consegue tutta la sua efficacia; essa si manifesta con un calore corporeo che si diffonde in tutto l’organismo, rivelando la liberazione e la circolazione delle energie vitali e non solo l’aumento dell’ossigenazione del sangue: l’effetto è più profondo, più vitale. Così per ogni posizione, « ascoltando » il proprio corpo, l’allievo scoprirà dove deve inviare il respiro.

Facciamo un altro esempio. Nel Cobra la situazione sarà naturalmente diversa, molto diversa da quella che si crea nella Pinza.
In questo caso, infatti, la colonna vertebrale è ricurva all’indietro, l’addome non è più compresso contro le cosce ma, al contrario, viene disteso al massimo. Di nuovo una resistenza sorge al livello del diaframma quando l’allievo vorrà farlo scendere più in basso durante la prima fase della sua inspirazione. Ma non è la stessa parte del diaframma che è qui sollecitata. Non è necessario porsi degli interrogativi a questo proposito: è la prassi che interessa! L’allievo interiorizzandosi durante la prima fase dell’inspirazione, prenderà coscienza della zona di resistenza che si sforzerà di superare con insistenza dolce e progressiva. Nessuna fretta e nessuna brutalità. Appena si sarà liberata la respirazione diaframmatica, l’allievo intensificherà il lavoro costale. Ora non sarà più sui fianchi e sulla schiena che la respirazione si farà spontaneamente, ma verso la parte anteriore del torace, verso la parte inferiore dello sterno. Ed il lavoro si completerà verso le clavicole. Nel Cobra la parte superiore dei polmoni viene ventilata molto più facilmente che nella Pinza. Quanto all’espirazione l’allievo si sforzerà di portarla al massimo grado. Questi due esempi possono servire da schema generale per tutte le posizioni in avanti e per quelle all’indietro. Essi dimostrano che ogni àsana condiziona un tipo di respirazione e sollecita di più una zona dell’addome, del diaframma, delle costole, in breve di tutto l’apparato respiratorio. In questo modo una serie di àsana ben concepite mette in causa altre zone a seconda della posizione, per rendere più agile e liberare tutto l’apparato respiratorio.

Le posizioni di torsione agiscono in modo molto diverso nonostante il principio sia lo stesso: presa di coscienza delle zone di maggiore e minore resistenza, lotta contro le prime, accettazione ed intensificazione dei movimenti nelle seconde. Se prendiamo Ardha Matsyendràsana come esempio di torsione, i movimenti del diaframma, sospingendo i visceri verso il basso, sono limitati dalla coscia che comprime il ventre, resistenza che si attenua dopo alcune respirazioni. Ma la torsione della colonna implica una certa deformazione del torace, il che richiederà un tipo di respirazione molto particolare. La cosa più importante sarà il sincronismo del respiro con l’intensificarsi progressivo dell’àsana. In ogni torsione è essenziale « sbloccare » la colonna all’altezza dell’osso sacrale. Partendo dalla base, la torsione si estende pian piano a tutta la colonna per « stadi » successivi. Ogni « stadio » è contrassegnato da un’espirazione. Durante l’inspirazione l’allievo rimane immobile, si interiorizza nel meccanismo dell’inspirazione, cerca di renderla più completa possibile seguendo le istruzioni avute in precedenza ma non aumenta la torsione. Al momento dell’espirazione utilizzerà la sua leva d’appoggio, in generale il braccio, per aumentare la torsione. È evidente che l’accrescimento della torsione, partendo dal basso all’alto, diminuisce ad ogni nuova espirazione; il fatto stesso è importante, anche se si tratta di raggiungere solo qualche millimetro. Alla fine dell’àsana non bisogna trascurare di ruotare con cura la parte cervicale della colonna. Ecco quel che concerne il modo di respirare, cioè la meccanica respiratoria esteriore.

Resta da esaminare una parte essenziale: il ritmo.

Due sono i sistemi utilizzabili.

Si può semplicemente lasciare il respiro andare e venire al suo ritmo naturale accontentandosi di ampliarlo. È un sistema classico molto valido, a condizione di non perdere di vista in nessun movimento il respiro durante l’esecuzione dell’àsana. Forse qui si incontra la maggiore difficoltà.

L’altro sistema, semplice, universale, efficace consiste nell’eguagliare rigorosamente la durata dell’inspirazione e quella dell’espirazione. Se l’allievo si propone di procedere così, attento ad equilibrare il più rigorosamente possibile la durata dell’inspirazione e dell’espirazione, automaticamente la sua attenzione rimarrà concentrata sul respiro durante tutta la durata dell’àsana. Questo sistema non si limita ad equilibrare inspirazione ed espirazione; intensificandolo si richiede un rallentamento dei movimenti respiratori. ‘

A poco a poco si instaura così una respirazione lenta, dolce, equilibrata, potente che ricarica l’organismo di vitalità e di dinamismo. Rallentata e completa, la respirazione diventa più efficace. Equilibrata, domina la mente e l’attenzione, ciò che è assolutamente essenziale. Essa equilibra Pràna ed Apana.

Altro vantaggio di questo sistema è di facilitare la durata delle asana.

È l’immobilità prolungata che libera il respiro per permettergli di sviluppare il suo proprio dinamismo. Di riflesso questa respirazione ampia, equilibrata e cosciente rilassa ancor più i muscoli, facilita il loro allungamento, permette di tenere senza sforzo la posizione sempre più a lungo.

Dopo circa trentanni di prove dei diversi sistemi, quest’ultimo mi sembra il più adatto agli allievi di tutti i paesi, di ambo i sessi e di diverse capacità fisiche. E la sua semplicità, che permette di sapere esattamente come respirare in qualunque àsana, non è il più piccolo dei suoi meriti. Di più, è esente da ogni pericolo.

Cambiare la vita in positivo

Giugno 12th, 2014 | Posted by admin in Letture - (0 Comments)

Cambiare la vita in positivo

(tratto da “Il libro della cucina Yoga” a cura dei centri Sivananda Yoga Vedanta)

Un’alimentazione a base di cibi integrali rappresenta un ottimo punto di partenza per effettuare dei cambiamenti positivi; significa aprire la porta a un vita più sana e felice. Alcuni cambiamenti possono apparire semplici, mentre altri richiedono più tempo. I seguenti suggerimenti, abbinati alla pratica dello Yoga, vi aiuteranno a fare in modo che questi cambiamenti diventino permanenti. Le sessioni di yoga iniziano con alcuni minuti di rilassamento nella posizione del Cadavere. Le asana iniziano con il Saluto al Sole, un esercizio di riscaldamento. Il mantra originale è OM, la radice di tutti i suoni e di tutte le lettere.

Cambiare in Positivo redux

 

Lo yoga non è una maniera di fare, ma una maniera di essere

Rischiamo di incrostarci nella nostra reclusione spirituale… e dopo, trovare difficile proiettarci al di fuori, vittoriosamente, per applicare alla vita quello che avremo conquistato nella Natura Superiore […] La sola possibile soluzione è quindi di praticare il silenzio mentale nell’ambiente e nel posto dove apparentemente sembra più difficile: in strada, in metropolitana, al lavoro e ovunque. Invece di passare quattro volte al giorno per il Boulevard Saint Michel come poveracci stanchi e obbligati a camminare svelti, si può passare le stesse quattro volte coscientemente, come ricercatori. Invece di vivere in un modo qualsiasi, sperduto in una moltitudine di pensieri – non solamente privi di interesse, ma che esauriscono sfibrando l’essere – si possono riunire i fili sparsi della coscienza e lavorare, lavorare su se stessi ad ogni istante. Allora la vita comincerà a prendere interesse, un interesse assolutamente inaspettato, perché le minime circostanze diventeranno l’occasione di una vittoria su se stessi. Avremo allora un orientamento, sapremo dove andare invece di camminare alla cieca. Lo yoga non è una maniera di fare, ma una maniera di essere.
(Sri Aurobindo – tratto da: “Satprem. Sri Aurobindo. L’avventura della coscienza”)

 

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La potenza del pensiero
muta il destino.

L’uomo semina un pensiero
e raccoglie un’azione;
semina un’azione
e raccoglie un’abitudine;
semina un’abitudine
e raccoglie un carattere;
semina un carattere
e raccoglie un destino.

L’uomo costruisce il suo avvenire
con il proprio pensare ed agire.
Egli può cambiarlo
perché ne è il vero padrone.

Swami Sivananda

Marzo 16th, 2014 | Posted by admin in Maestri - (0 Comments)

Swami Sivananda (1887 – 1963)

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La sua missione: servire l’umanita’

Swami Sivananda (1887–1963) fu uno dei grandi maestri yoga dell’India. Nella sua vita perseguì due carriere, quella di medico di successo e quella di yogi e saggio. Il suo lavoro fu sempre rivolto al servizio del prossimo: “Qualsiasi tipo di lavoro servisse a curare e alleviare le sofferenze umane, mi ha sempre riempito di grande gioia”. Per lui servire fu “espressione d’amore“. Dopo un inizio come medico in India, si trasferì in Malesia dove migliaia di lavoratori indiani vivevano in condizioni molto precarie. Come direttore di un ospedale locale, passò la maggior parte del suo tempo curando i poveri che avevano più bisogno del suo aiuto. Non solo curò gratuitamente i malati, ma si fece conoscere come quello che rimandava a casa i malati con abbastanza soldi per pagarsi il tempo perso nel viaggio.

La ricerca della felicita’ duratura

La sensazione di avere uno “scopo più alto” nella vita fu sempre in fondo all’anima del giovane dottore. In mezzo ai fugaci e confusi piaceri della vita, egli vedeva una forma più alta di felicità e pace durature. La sofferenza fisica e mentale che osservava nella gente che incontrava gli causava profonda tristezza.  Attraverso gli insegnamenti della filosofia vedanta a poco a poco comprese il fine vero della vita. Il suo più profondo desiderio diventò quello di seguire “il cammino dei saggi” e di aiutare la gente, non solo sul piano della salute fisica, come prima, ma anche sul piano mentale. Per dedicare la sua vita completamente allo yoga, rinunciò al mondo e passò molti mesi in totale povertà, da monaco itinerante, trovando la sua strada nella solitudine dell’Himalaia. Lì praticò in modo intensivo lo yoga e la meditazione e arrivò all’auto-realizzazione.

Lo yoga della sintesi

Nel suo ashram di Rishikesh, il Divine Life Society, Swami Sivananda insegnò un modo di praticare lo yoga che integrava tutti i sistemi conosciuti. Questo yoga, detto della sintesi, è la base dello yoga praticato oggi in occidente. A Rishikesh formò molti studenti di eccezione, che sarebbero poi stati fondamentali nel creare l’eccellente reputazione che lo yoga classico ha oggi in tutto il mondo.  Nel 1957 ordinò a uno dei suoi discepoli più stretti, Swami Vishnudevananda: “Vai in occidente. La gente ti aspetta” e lo mandò prima in America e poi in Europa per diffondere gli insegnamenti dello yoga.

Il dono piu’ grande e’ la conoscenza

L’altra missione di Swami Sivananda fu la scrittura. Lo scrivere gli permise di fare qualcosa di duraturo per la gente. Il suo scopo fu quello di disseminare il più possibile la conoscenza spirituale. Per lui il dono del sapere era sempre il dono più grande. La carta stampata era più importante del pulpito, perchè le parole sentite si dimenticano facilmente, mentre quelle scritte restano. Continuò la sua missione fino alla fine della sua vita, pubblicando più di 200 libri su tutti gli aspetti dello yoga.

Studenti in tutto il mondo

Swami Sivananda scrisse tutti i suoi libri in inglese perchè così era in grado di raggiungere un vastissimo pubblico in tutto il mondo. Ebbe un’intensa corrispondenza con centinaia di suoi studenti provenienti da tutte le parti del  mondo, i quali si rivolgevano a lui in cerca di consigli e risposte. Così, dalla sua semplice casa sulle rive del fiume Gange nell’Himalaia, Swami Sivananda diffuse la luce della conoscenza divina in tutti gli angoli della terra.

Il potere duraturo del suo pensiero

Swami Sivananda, questo grande saggio del ventesimo secolo,vive ancora. Vive nei suoi libri, fra i suoi discepoli, nell’atmosfera dei suoi centri e ashram. Swami Sivananda fu un principe fra gli uomini, un gioiello fra i santi. Aiutare e amare furono gli strumenti che usò per conquistare il cuore degli uomini. Swami Sivananda non fondò una nuova religione, non sviluppò nuove regole etiche e morali. Invece, aiutò gli indù a diventare indù migliori, i cristiani migliori cristiani, i mussulmani migliori mussulmani. Nei pensieri, nelle parole e nelle azioni di Swami Sivananda c’era un potere infinito; il potere divino della verità, della purezza, dell’amore e della volontà di servire e aiutare il prossimo.

 

Swami Vishnudevananda

Marzo 16th, 2014 | Posted by admin in Maestri - (0 Comments)

Swami Vishnudevananda (1927 – 1993)

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Una via per la pace

Ottobre 1957: l’indiano Swami Vishnudevananda arriva sulle coste della California con 10 rupie, conoscendo poche parole di inglese e con una grande missione. Era stato inviato in occidente dal suo maestro Swami Sivananda (1887-1963) per diffondere lo yoga, la via spirituale alla pace interiore. In un clima da Guerra Fredda e capitalismo sfrenato, Swami Vishnudevananda capì quanto il suo lavoro fosse necessario. Il suo obiettivo era di iniziare un’evoluzione olistica verso la pace, seguendo la tradizione di Gandhi e Martin Luther King.

Diffusione globale dello yoga

Oggi milioni di persone praticano gli esercizi che Swami Vishnudevananda iniziò a insegnare in occidente 50 anni fa. Palestre, centri fitness e centri di salute offrono lezioni di yoga, e lo yoga raccoglie nuovi praticanti ogni giorno. La creazione di 70 centri e ashram Sivananda nel mondo è una prova delle enormi affermazioni e del dinamismo del maestro yoga. Per citarne solo alcuni:  New York, Montreal, il quartier generale a Val Morin in Canada, San Francisco, Los Angeles, Chicago, Nassau, Londra, Parigi, Berlino, Monaco, Vienna, Reith a Kizbühel, Ginevra, Madrid, Tel Aviv, Delhi, Madras, Uttarkashi (Himalaia), Neyyardam (Kerala), Buenos Aires, Montevideo.

“Un grammo di pratica vale piu’ di una tonnellata di teoria”

Secondo il maestro Swami Vishnudevananda i cinque pilastri della pratica yoga, sono le asana (posture fisiche), gli esercizi di respirazione, il rilassamento profondo, una dieta vegetariana e il pensiero positivo. Tutte le pratiche yoga culminano con la meditazione, esperienza di unità con il proprio sè. Nel 1969 Swami Vishnudevananda pose le fondamenta per la diffusione dello yoga conducendo il primo Corso di Formazione Insegnanti (TTC) in occidente. La visione che iniziò allora ha portato a 33.000 insegnanti di yoga – con altri 1.000 che ogni anno si aggiungono a quelli già esistenti. Essi diffondono l’insegnamento dello yoga classico in palestre, scuole, centri benessere, ospedali, università e  prigioni.

I Beatles non erano gli unici sotto-sopra  

Una volta, quando Swami Vishnudevananda all’areoporto di Los Angeles cercava di spiegare la tecnica della posizione sulla testa ai Beatles, Ringo Starr  disse scherzoso “non riesco a stare neppure su una gamba, come posso pensare di stare sulla  testa?” più tardi quando riuscì a fare stare i Beatles sulla testa, essi realizzarono quello che gli studenti del maestro sapevano già: quello che sembrava essere un semplice esercizio fisico in realtà era un “cambiamento di prospettiva per il corpo e per la mente“.

Liberi come uccelli

Per Swami Vishnudevananda non esistevano barriere, né interiori né esteriori. Credeva che le barriere fossero solo costruzioni della mente e che in quanto tali andavano superate. Per questo iniziò a volare attraversando simbolicamente i confini dei luoghi più tormentati del mondo.

Nel 1971 volò con l’attore Peter Sellers su un piccolo bimotore Piper Apache battezzato “Aereo della Pace” a Belfast in Irlanda del Nord gettando fiori in segno di pace; il primo di una serie di voli di pace sui luoghi più conflittuali del globo. Un mese dopo volò in Medio Oriente. Durante la guerra del Sinai, in un volo di pace sul Canale di Suez, jet militari israeliani cercarono di obbligarlo a atterrare, ma lui continuò la sua missione risolutamente. Il suo messaggio: “L’uomo è libero come un uccello, deve attraversare i confini con fiori e amore, non con pistole e bombe”.

Allo stesso modo nel 1983 sorvolò il muro di Berlino da ovest a est su un aereo ultraleggero “armato” solo di due mazzi di calendule . Atterrò in una fattoria a Weissensee, a Berlino Est. Dopo essere stato interrogato per quattro ore dalle autorità della Germania dell’est, fu accompagnato alla metropolitana con un panino al formaggio e rispedito a ovest del muro.

Un anno più tardi, nel 1984, per tre mesi attraversò l’India su un autobus a due piani decorato col motto “Yoga per la pace”. Voleva che gli uomini del paese che ha originato lo yoga si abituassero alle pratiche moderne dello yoga e alla sua filosofia. Swami Vishnudevananda lasciò il suo corpo nel 1993 a Mangalore, nel Sud dell’India, durante un pellegrinaggio per la pace e la comprensione reciproca nel mondo.

L’energia di dieci rupie

Swami Vishnudevananda diceva che era arrivato in Occidente, aveva fondato i centri e gli ashram Yoga Vedanta Sivananda e preparato migliaia di altri insegnanti di yoga, il tutto grazie all’energia di dieci rupie.

“Dieci rupie mi hanno portato infinite volte intorno al mondo. Fu solo l’energia del mio maestro, Swami Sivananda, e la sua benedizione che mi hanno permesso di fare tutto quello che ho fatto. Tutto quello che ho realizzato l’ho fatto nel nome del mio Maestro.”

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